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La Gatta sul tetto che scottal'essenziale è invisibile agli occhi sul comodino insieme alla crema per le mani
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..scrivere con la luce
una gatta alle prese con gli stupidi umani
Consiglio Musicale del Mese
sono stata in...
2007
..dove voglio andare
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10月26日 Il corpoLAB di Giulio Perrone editore
144 pagine
12.50 euro
mi viene difficile recensire il libro scritto da una persona che conosco.
per prima cosa è strano visto che non è che io conosca molti scrittori (uno è un mio amico di vecchai data, l'altro un mio contatto di blog che conosco solo in via virtuale) e poi perchè è complicato parlare di qualcosa scritto da una persona conosciuta, riuscendo a scindere l'amico dallo scrittore.
con pierfrancesco (matarazzo) ci conosciamo da più di dieci anni e insieme abbiamo precorso molto i tempi.
siamo stati precari prima che essere precario diventasse argomento di conversazione politica e da salotto (prima che inventassero la parola addirittura!), siamo stati colleghi, siamo stati giovani licenziati/disoccupati prima che si parlasse di giovani senza lavoro. abbiamo inseguito treni il venerdì sera e organizzato serate in discoteca e ballato al mio e al suo matrimonio.
ora ognuno ha preso una strada lavorativa diversa, ma diversa in senso proprio. sia perchè non lavoriamo più iinsieme, sia perchè facciamo un lavoro diverso da noi.
qualche anno fa, già non lavoravamo più insieme, mi ha chiamato.
"vai in piscina stasera? allora ti vengo a salutare un po' prima" mi ha detto ed è arrivato mentre io aspettavo di entrare in acqua con il suo inseparabile zaino dal quale ha titrato fuori un libriccino, con il suo nome scritto sopra al titolo, "tempus fugit".
"mi hanno pubblicato un libro"
"ti hanno che??????"
e lì ho scoperto (ma la cosa non mi ha stupito affatto) che aveva vinto numerosi concorsi per giovani scrittori e che, accanto alla sua attività di marketing qualchecosaininglese, era anche uno scrittore, panni nei quali lo vedevo e lo continuo a vedere meglio.
"tempus fugit" era un viaggio semiserio nel mondo della prima occupazione, nel mondo dei giovani laureati pieni di belle speranze che si affacciano nel magico mondo dell'azienda, laddove tutti sorridono, sembrano divertirsi come matti dalla mattina alla sera ed essere tutti amici per la pelle...alemno fino a quando non diventi uno di loro e tutti gettano la maaschera, mostrando corna, zampe caprine e coda e tirano fuori il forcone da sotto alla scrivania.....
il libro per me poi era doppiamente interessante, visto che molte di quelle esperienza le avevo vissute con lui. se voi lo leggete ritroverete sicuramente personaggi che avete incontrato, mentre io so esattamente chi sono, nomi e cognomi e facce ben definite...e magari in due o tre frasi...ci sono anche io...
poi è venuto "dinosauri di plastica rosa", un viaggio onirico in una roma trasteverina e notturna con finale a sorpresa, e "Un mare troppo calmo per essere il mio", una raccolta di poesie bellissime. credo anzi che la poesia sia il linguaggio nel quale pier si esprime al meglio. tutti libri che vi consiglio di cercare e leggere.
e infine l'ultimo libro, "Il Corpo", appunto, uscito pochissimi giorni fa.
è una raccolta di racconti che girano intorno, appunto, al tema del corpo, declinato nelle sue parti più visibili e comuni, le mani, le gambe, le orecchie....basta scorrere l'indice per capire subito di che cosa si tratta.
ma in realtà è un pretesto per indagare la parte più intima di noi, la più nascosta, la più misteriosa e segreta, che si nasconde dietro a quella più fisica e visibile.
e allora le mani di una donna bellissima diventano l'ossessione che le impedisce di godere della propria bellezza, una serie di manie e gesti scaramantici distraggono un uomo dal male che si fa strada in una gamba, un insegnante sente la musica del mondo....
sono tutti pretesti sensoriali che permettono di superare la dimensione fisica per approdare alla realtà più profonda. sono piccole manifestazioni fisiche che però invitano all'indagine interiore.
infatti noi possiamo sia farci travolgere dalla sensorialità, sia indagarla, scomporla, usarla, invece di venirne usati, per penetrare la realtà del mondo e quella di noi stessi.
ma a volte sembra che invece la dimensione fisica ci travolga e ci annebbi il pensiero, come nel racconto "le mani", nel quale appunto la fisicità di mani tozze, sgraziate (sia esso vero o sia solo un'ossessione della bellissima protagonista), impediscono una vita che altrimenti potrebbe essere favolosa, ma sono in realtà semplicemente un corpo che una bellissima donna dà alla propria insicurezza caratteriale, sono un nemico visibile al quale attribuire la colpa dei nostri fallimenti.
l'impressione generale in tutti questi racconti (tutti diversi fra di loro) è proprio questa.
esiste un mondo visibile nel quale pensiamo di introdurci con i nostri sensi.
e poi ne esiste uno invisibile e impapabile, al quale cerchiamo di arriavre con i nostri pensieri.
ma per cogliere appieno l'essenza delle cose occorrerebbe utilizzare sensi e percezioni in armonia fra di loro, altrimenti si rischia di rimanere sempre e solo sulla superficie.
non voglio raccontarvi di più, voglio invitarvi a leggerlo.
vedrete, a prima vista sembra un libruiccino che si legge in poche ore.
in realtà sono sicura che ci passarete più tempo di quanto immaginiate. magari a riflettere sul vostro corpo, sul vostro modo di stare al mondo, di percepire ed essere percepiti....
a me, almeno è capitato così...
se poi vorrete partecipare attivamente al mondo di pier, potete farlo sul suo blog Imago 2.0
PER CHI
porta in giro il proprio corpo senza pensarci troppo o per chi ne è è ossessionato e per chi vorrebbe arrivare alla realtà delle cose e non ha ancora capito che la strada è lì, a portata di...mani, piedi, occhi, orecchie, braccia e gambe
CITAZIONI
"Allora non esistevano gli attici, esistevano le terrazze condominiali, dove si stendevano i panni e si condividevano i segreti. Allora c'era il desiderio di una normalità irrealizzabile e non il terrore di una normalità alla portata di tutti"
"[...] tanta fiducia nei PC, nella loro capacità di ridurre i tempi di lavoro, nella velocità, mi è sempre sembrata mal riposta. Perchè affrettarsi a concludere un lavoro che non ci piace soltanto per avere il tempo di fare un lavoro che ci piace ancora meno?"
"avevamo appena condiviso un segreto di famiglia, ma questo ci aveva fatto solo sentire più distanti"
"ogni sapere, conoscenza, verità che ti viene offerta è per sua natura relativa e quindi fallibile, potenzialmente incompleta e inesatta, quindi considerarla come unico riferimento per costruirci sopra un pezzo di vita è quanto mai insensato. Per questo conveniva considerare ogni concetto che ci veniva trasmesso come una "sfumatura" di sapere, una possibile versione, magari quella che va per la maggiore, ma non per questo esatta tout court."
10月20日 i milanesi ammazzano al sabatoGIORGIO SCERBANENCO
Garzanti editore
183 pagine
9.50 euro
ho colmato di recente una delle mie infinite lacune.
sono un'amante dei gialli, da sherlock holmes passando per agatha christie. non mi piacciono gli splatter, ma apprezzo i noir, i polizieschi.
mi piace la figura dell'investigatore, l'intrigo, gli indizi, l'attenzione per i piccoli particolari.
in tutto questo non avevo mai letto scerbanenco.
su consiglio di un amico (non a caso milanese) comincio da questo, curiosa anche di sapere perchè i milanesi ammazzino proprio al [sic] sabato.
beh, amore fin dalla prima riga. ho ocminciato il libro un sabato mattina uggioso e non sono riuscita a staccarmene fino a che non l'ho finito.
è un giallo vecchio stile, di quelli che ci si immagina in uno sceneggiato in bianco e nero, ma ha al tempo stesso una grandissima modernità. proseguendo nella lettura, sia per trama sia per linguaggio, si fa fatica a credere che sia stato scritto nel 1969, che abbia cioè 40 anni.
è una vicenda torbida e tenera al tempo stesso, sullo sfondo di una milano ben lontana da essere la milano da bere degli anni '80 o degli affari degli ultimi anni, o della moda. una milano però nella quale già convergono personaggi loschi in cerca di guadagno, uomini dignitosi e volenterosi di lavorare e milanesi molto milanesi in tutte le loro azioni. un'ambientazione e un linguaggio, un modo di pensare e di sentire il mondo e le relazioni umane molto meneghini. la storia di donatella, la sfortunata e candida gigantessa e "di suo sfortunato papà" [sic] è triste, cruda, torbida, ma quella sporcizia sembra solo sfiorare i buoni e far affondare i cattivi.
le citazioni: "guai a coloro che offendono un uomo mite" "la civiltà di massa ha questo pregio, che ciascuno può annegare liberamente senza che gli altri gli diano fastidio nel tentativo di salvarlo. E' in fondo una forma di delicatezza e di rispetto dell'opinione altrui di morire da se'" per chi: ama i gialli vecchio stile e per chi guarda ai milanesi e alla loro "fissazione" per il lavoro con malcelato disprezzo 10月13日 la cucina color zafferanoGuanda editore
260 pagine
14,50 euro
comincio la mia rassegna libraria dall'ultimo libro che ho finito.
e con una domanda.
che cosa vi fa comprare un libro?
l'autore, la pubblicità, una recensione...
per me, principalmente, si tratta di amore a pima vista.
ossia, la libreria è uno dei luoghi nei quali mi aggiro più volentieri e mi soffermo a scrutare le copertine, legegre i titoli, poi le quarte o i risvolti di copertina.
e poi decido.
un po' come per le persone. si è attirati dall'aspetto fisico ("amor è un desio che ven dal core" (*) ), si vuole sentire che cosa ha da dire questa persona che tanto ci ha colpiti e allora la si ascolta con attenzione ("e lo cor, che zo è concepitore, imagina, e li piace quel desio" (*) ) pee capire se la relazione può funzionare.
poi ci legge e solo all'ultima pagina potremo dire come è andata, ma spesso ce ne accorgiamo dalle prime righe se c'è sintonia fra noi e l'oggetto del nostro desìo. libro o persona....
di questo libro mi hanno colpito i colori caldi dell'immagine della copertina, lo sguardo della giovanissima ragazza della fotografia, il velo mosso dal vento sotto archi perfetti e un pavimento di macerie.
è una d'amore, di dolore, di scelte.
una storia tutta femminile, nella quale gli uomini hanno però un ruolo importantissimo, pur restando ai margini della vicenda.
c'è il padre di maryam, duro, intransigente, spietato, con la sua idea del mondo che nessuno può discutere.
c'è all'opposto edward, il marito inglese, un uomo buono, gentile, silenzioso. così diverso dagli uomini che maryam si è lasciata dietro in iran.
e infine (o nel mezzo) ali, l'amore dell'adolescenza, il ponte fra il vecchio e il nuovo mondo, la poesia, l'inglese, il mezzo per andar via, la finestra sul futuro, un mezzo per andare via.
maryam ha sedici anni quando rompe le regole stabilite, quando innocentemente si chiede se possa esserci un altro modo di vivere, quando, sempre innocentemente, crede di poter decidere della propria vita.
capirà presto e a caro prezzo che non è così.
lo capirà da sola, nel peggiore dei modi.
la vita però sembra essere generosa con lei e le regala una nuova vita in inghilterrra, un marito affettuoso e buono, una figlia, sara.
ma il destino torna a chiederle il conto di quanto ha avuto e che evidentemete era solo un prestito. e il conto ha le sembianze e i dolori di said, il figlio dell'amatissima sorella mara, la più giovane delle quattro. said che arriva in inghilterra, che non ha mai conosciuto suo padre, che ha perso sua madre e che un giorno tenta di gettarsi da un ponte. nella concitazione colpisce accidentamente il ventre di sara, che perde il bambino che aspettava. quel giorno evidentemente la morte cercava qualcuno e quello non era said. il passato di maryam, i suoi dolori, i suoi segreti, tutto torna a galla prepotentemente e tutto le dice di dover tornare insietro, al suo "piccolo miracolo", mazareh, il piccolo vilaggio nel cuore dell'iran. il suo viaggio sembra una fuga alla figlia e al marito rimasti in inghilterra, così sara decide di partire e raggiungere la madre. edward affida invece le sue parole a una lettera, certo che non la rivedrà più, certo di non far più parte del suo mondo e dubbioso di esservi mai entrato veramente. sa che maryam è partita per sempre, che è tornata al luogo cui apparteneva. trovare la madre in un luogo così diverso dall'inghilterra, trovarla in compagnia della persona per la quale aveva perso tutto, quel ragazzo umile, divenuto uomo, maestro di piccoli uomini, è per sara affascinante e fastidioso al tempo stesso, ma, superata la rabbia per quello che sembra un abbandono, comprenderà le ragioni della madre, quel suo voler ostinataemnte tornare in un paese che sembrava non appartenerle più, quel suo desiderio di portarla a conoscere la tomba di quel padre così severo e duro. e anche maryam imparerà a confidarsi ed aprirsi con la figlia, con quella parte di se' che pure aveva tenuto così a distanza, sia pure per proteggerla, per difenderla dal dolore. ma non ci era riuscita, perchè non possiamo evitare il dolore a chi amiamo. possiamo solo essere lì quando accade. comprenderà il potere della nostalgia che rende dolci anche i ricordi più dolorosi, comprenderà i silenzi della madre e il suo desiderio di restare in iran, conoscerà anche alì e saprà accettare le scelte coraggiose di una donna silenziosa. le scelte della sua rivoluzione di pace.
le citazioni: "la collera è senza ritorno. Non si può ritirare uno schiaffo dato. E ci sono parole che una volta dette non si cancellano più. Si insinuano dentro, per quanto tu possa rammaricarti e sperare e pregare, finché un giorno succede qualcosa di terribile." "non si scappa mai in fondo. da bambina, da ragazza, non desideravo altro che svincolarmi dalle regole e dalla tradizione, dai matrimoni combinati e da tutto quello che è come deve essere. ma ho trovato un altro mondo dove ho dovuto imparare tradizioni e abitudini, e ad apparire come si deve essere. non è idiota?"
"qualsiasi cosa io faccia [...] tu sai, da sempre che c'è un mondo al quale devo scegliere di rinunciare nella mia vita: non un passato ormai inaccessibile, ma un altrove , dove vivono e conducono le loro giornate persone in carne e ossa."
"non esiste più una comunità. stanno persino costruendo la metropolitana. quando la gente deve viaggiare sotto terra per camapre la giornata, senza vedere gli alberi e il cielo, finsice un modo di vita".
per chi:
è in fuga da qualcosa o da qualcuno, per chi pensa che più in là ci sia sempre il meglio. per chi vive nel silenzio il proprio dolore e non trae beneficio nè per se' ne' per quelli che vorrebbe protegegre dal proprio dolore.
(*)
Amor è un desio che ven da core
Per abbondanza di gran piacimento; e li occhi in prima generan l'amore e lo core li dà nutricamento. Ben è alcuna fiata om amatore Senza vedere so 'namoramento, ma quell'amor che stringe con furore da la vista de li occhi ha nascimento: che li occhi rappresentan a lo core d'onni cosa veden bono e rio, com'è formata naturalmente; e lo cor, che zo è concepitore, imagina, e li piace quel desio: e questo amore regna fra la gente. jacopo da lentini del voltar paginaforse a qualcuno di voi fra i più attenti non sarà sfuggito che questo blog, dopo anni di attività quotidiana, ha rallentato i ritmi narrativi, fino a interromperli del tutto (o avete pensato che da gennaio a settembre sono stata in giappone? o che mi ci sia voluto tanto per scrivere dei post di così elevato spessore letterario?
sempre i più attenti e osservatori si saranno accorti che per alcuni mesi è stato addirittura privato, chiuso.
crisi, bloGGo del blogger, mancanza di tempo, testa, fantasia, voglia.
non lo so, non indaghiamo.
solo recentemente (mi rivolgo sempre ai più attenti, gli altri probabilmente nemmeno passeranno più di qui) ho ripreso a scrivere, proprio là da dove mi ero interrotta, dando così il senso di un lungo viaggio nella terra del sol levante.
per rispondere a un mio intimo bisogno di ordine e armonia ho quindi concluso il diario giapponese e adesso....già...e adesso?
ogni tanto vengo su questo blog, me lo guardo, rileggo i post più vecchi, mi rendo conto che sono quasi cinque anni che ce l'ho e...che cosa ne faccio?
lo lascio silenzioso qui, vetrina di oggetti vintage?
gli cambio connotazione?
cambio proprio blog, come va tanto di moda, passando a piattaforme considerate più adulte?
ricomincio da capo?
smetto del tutto?
nessuna di queste.
il blog resterà aperto, anche se probabilmente perderà un po' della sua connotazione di diario personale (anche se non è detto....ci sono cose che vorrei raccontare...ah! se vorrei raccontarvi!), ma in qualche modo è diventato grande.
di una cosa mi piacerebbe parlare qui e mi paicerebeb che diventasse anche un luogo di scambio di idee.
mi piacerebbe parlare di libri, di una delle mie più grandi passioni.
mi piacerebbe raccontarvi dei libri che ho letto, di quelli che mi sono piasiuti, di quelli eh non mi sono piaciuti, mi piacerebbe proporvi dei percorsi di lettura tematici (come ho fatto per il giappone per l'india) e mi piacerebbe se ne parlassimo insieme...
vi va?
qui trovate intanto la mia libreria on line
10月8日 Giappone - Conclusionie siamo giunti anche alla fine del viaggio in giappone, al momento di tirare le somme.
come credo di aver accennato qua e là durante il racconto, quaesto paese mi ha colpito più di quanto potessi immaginare, più di quanto mi sarei aspettata. prima di partire non avevo particolare curiosità verso questo mondo, non più di quella che ho verso qualsiasi posto nuovo, esperienza nuova. ma credevo fosse invece un mondo lontanissimo da me.
mi incuriosiva vedere tokyo, che mi immaginavo una specie di folle metropoli alla blade runner, un mondo di luci intermittenti e grattacieli e gente che correva all'impazzata.
mi chiedevo come sarebbe stato dormire in un ryokan e vedere un tempio giapponese e un giardino zen vero, più grande dei 20 centimtri quadrati del mio "da scrivania".
curiosità generiche insomma.
invece, fin dai primi istanti, mi sono trovata in totale sintonia con questo paese, con questo mondo.
la sua stessa atmosfera, anche nel caos di tokyo, aveva qualcosa di armonico e per questo rilassante.
c'è nell'ordine di questo paese un'armonia esterna che - inconsapevolmente - produce un effetto benefico di armonia interiore.
il modo di vestirsi,il modo di rpesentare il cibo, l'architettura degli edifici, la disposizione dei giardini non è casuale, ma studiata per essere in armonia con l'ambiente e per produrne di nuova a sua volta. niente sembra imporsi nel mondo, ma collocarvicisi discretamente, quasi a chiedere permesso ogni volta.
quello che sembra in disarmonia con questa pace, e penso ad esempio alle sale di pachinko, una specie di anticamera fumosa e assordante dell'inferno, è comunque relegato a spazi deputati, nei quali alla fine anche questa disarmonia finisce per essere armonica.
non a caso questi hanno inventato il feng shui.....
certo, so che tutto questo è più facile da godere se non si è giapponesi. probabilmente per loro il senso del dovere, dell'onore, della vergogna è un fardello pesante, ma in generale il giappone mi ha dato l'idea di un luogo nel quale sia facile vivere.
e con facile intendo che sembra una società strutturata per togliere ai suoi membri i fastidi esterni.
ogni volta che ho raccontato dell'ordine giapponese, ho visto risolini, alzate di sopracciglio.
"che noia tutto quest'ordine! molto meglio il nostro casino! tutte queste regole, questa mancanza di libertà"
ma mi sono trovata a riflettere al lato specularmente opposto alla (presunta) libertà (del fare ciò che ci pare senza regole).
ying e yang.
mi sono trovata a pensare che in un mondo nel quale non si esce di casa ogni mattina come una belva feroce che deve difendersi dalle aggressioni, se le cose pratiche non sono un problema, se non ci si deve preoccuapre del mondo che scorre intorno a noi, si può aver tempo per vivere, per se stessi, per riflettere, per creare.
si può dare spazio ala nostra mente, invece di occuparla nella soluzione di problemi sciocchi.
mi sono trovata a pensare che l'ordine sia tutt'altro che noioso, al contrario, che nell'ordine risieda la radice della creatività e del pensiero, proprio perchè l'ordine lascia spazio alla mente.
ho pensato anche che in esso risieda la vera libertà individuale, che affonda le proprie radici nel rispetto (vero) dell'altro, visto non solo come strumento o come limite al una presunta libertà che altro non è che corsa affannosa ad arraffare il più possibile piuttosto che a godere di ciò che si ha.
in qualche modo ne sono sempre stata convinta e in questa sia pur breve esperienza giapponese credo di aver rafforzato le mie convinzioni.
certo, so che la società giapponese non è certo il migliore dei mondi possibili, so che ha le stesse contraddizioni e problemi analoghi a quelli di qualsiasi società del mondo, chi in una direzione chi in un'altra, ma è anche vero che in essa si percepisce un rispetto vero dell'altro, di ciò che è pubblico, un'attenzione prima agli aspetti comuni della vita di relazione piuttosto che al proprio interesse individuale, che cozza sonoramente con l'individualismo e l'egoismo spinti della nostra società.
non sono e non sarò mai giapponese, come non sarò mai sudamericana, indiana, egiziana o di nessuno dei paesi che ho visitato o che vorrei visitare.
ma - e credo che qusto sia il valore di un viaggio inteso come esperienza e che quindi non coinvolga necessariamente terre lontane - spero di poter mettere un po' di questo ordine della mia vita e nel mio modo di stare al mondo.
riflettevo tempo fa sul senso del viaggio, riflettevo sul significato che gli diamo, riflettevo su quell'idea del "cercare se stessi" con la quale si riempiono la bocca tanti viaggiatori, gente armata magari delle migliori intenzioni sulla carta, ma poco disposta a guardare al mondo con occhi sinceri, ripiegata solo e soltanto sul proprio ombelico anche nelle terre più lontane,a nche fra le genti più diverse.
beh, io credo di aver deciso che non voglio viaggiare per cercare o trovare (o ritrovare) me stessa.
dopotutto sono molti anni che so dove sono e che, se mi voglio guardare (dentro e fuori), non ho bisogno di andare lontana.
quello che cerco in un viaggio sono gli altri.
THE END
10月7日 Giappone - intermezzo #3 - l'arte del pacchettoin giappone tutto quello che viene comprato viene amorevolmente impacchettato.
[segue]
Giappone 4 - Kyoto - viaggio per immagini 10月5日 Giappone 4 - Kyoto - viaggio per immaginisarebbe inutile e per forza di cose incompleto raccontare le cose che ho visto a kyoto.
o, al contrario, finirebbe per diventare una lunghissima narrazione di sensazioni.
lascio allora, ancora una volta, che siano le immagini a parlare per me.
9月3日 Giappone - intermezzo #2 - percorsi di letturaconfesso, del giappone non so molto, e meno ancora ne sapevo prima di andarci.
era una di quelle destinazioni delle quali pensavo "prima o poi andrò", ma quel prima era sempre indefinito e sueprato da altre mete più urgenti, che sentivo più vicine a me, per le quali avevo sempre avuto maggiore curiosità.
anche l'andarci è stato un po' un caso, complice un periodo di vacanza piuttosto lungo, un'offerta aerea decisamente vantaggiosa, qualche recente lettura e la passione di famiglia per le arti marziali.
credo di aver detto già molte volte come la lettura sia parte integrante della mia vita e che la scelta dei libri per me non è mai un caso, ma frutto di uno studio e di un abbinamento non secondo nemmeno all'abbinamento tra vestiti, scarpe e accessori.
insomma, un libro invernale non può essere letto in estate e viceversa, un libro orientale non può essere letto su una spiaggia tropicale e le storie familiari e sudamericane della allende mal si conciliano con il paesaggio e con gli aromi orientali.
vorrei proporre qui un brevissimo viaggio di carta, un percorso giapponese attraverso i pochi libri in tema che ho letto, un modo per cominciare a entrare in contatto con quel mondo o rivivere quelle atmosfere.
comincerei subito con il classico dei classici delle letture giapponesi per tutti, anche se adesso un po' demodè, banana yoshimoto.
qualche anno fa, appena scoperta, lessi moltissimi suoi romanzi (credo quasi tutti).
ha atmosfere delicate, leggere, anche quando tratta di temi più pesanti e dolorosi.
qualcuno trova i suoi romanzi inconsistenti, ma in realtà hanno quella lievità, quell'apparente superficialità molto giapponese, che in realrà cela un lungo e ragionato eprcorso interiore. sono storie costruite e cesellate con cura, personaggi leggeri e delicati come personaggi di un cartone animato.
in verità mentre li leggo, non riesco a immaginare i protagonisti come persone in carne e ossa, quanto piuttosto come disegni, con gli occhi grandi, le stelline intorno alla testa quando si fanno male, gli occhi a crocetta e la bocca a D maiuscola capovolta quando sono stupiti.
sono letture brevi, che sembrano non lasciare nulla, ma che in realtà hanno moltissimo dello spirito di quel popolo.
per consigliarne uno fra tutti direi il mio preferito, kitchen.
una seconda lettura immancabile e terribilmente giapponese è io sono un gatto di natsume soseki, uno (ho scoperto solo dopo aver letto il libro) degli autori classici della letteratura giapponese del primo novecento.
la mia sintonia con questo paese dipende forse anche dal fatto che sembra adorare il mio animale totemico, il gatto appunto, tanto da trovarlo dappertutto sottoforma di maneki neko, il gatto portafortuna, grassottello e con la zampina sollevata ben augurante che vediamo anche nelle vetrine dei nostri negozi amici del giappone.
in questo lungo romanzo si narra il mondo visto attraverso gli occhi di un grosso gatto di casa, le piccole beghe e miserie umane scrutate e descritte con quel fare sornionamente felino, le ipocrisie degli uomini e le loro ambizioni. una storia che sembra non essere nemmeno una storia, perchè in fondo, a ben guardare, non succede quasi nulla, ma che si legge con la stessa curiosità con la quale si ascoltano le chiacchiere del vicino sul treno, fingendosi interesanti ad altre attività o si osserva lo scorrere della vita altrui dalle finestre, dimenticandosi lo scorrere della propria.
una mia recente scoperta (e me ne vergogno, perchè avrei davvero voluto arrivarci prima) è invece il mondo onirico e sospeso di haruki murakami.
ancora una volta atmosfere (invernali, se volessi collocarle in una stagione) ovattate e leggere, sebbene alcune pagine facciano letteralmente drizzare i capelli in testa, personaggi difficili da interpretare, che sembrano anzi voler respingere il lettore piuttosto che attirarlo, permettendogli di restare solo sulla superficie, sebbene se ne intuisca un mondo tumultuoso da qualche parte, intima e profonda.
sono libri non semplici da leggere, estremamente minuziosi e descrittivi, ancora una volta molto giapponesi, per la precisione con la quale, in pochi tratti, riescono ad evocare immagini e sensazioni e persino profumi, sapori e suoni.
il primo che ho letto è kafka sulla spiaggia, una sorta di racconto di iniziazione alla vita adulta, una storia irreale, intrecciata fra presente, passato e futuro, nella quale i molteplici piani narrativi contribuiscono a delineare una trama che si presta a diverse interpretazioni, proprio come accade in un sogno.
meno onirico e più legato alla realtà è invece norwegian wood, forse il suo romanzo più famoso e apprezzato. ù
ancora una volta una storia di ragazzi, una storia d'amore, di disagio, di dolore. ancora una volta atmosfere invernali, brumose, descrizioni di paesaggi e ambienti che riflettono le emozioni e gli stati d'animo dei protagonisti. di nuovo, a una lettura superficiale, l'impressione di una scrittura leggera, di una trama semplice. in realtà la lettura porta a uno stato di introspezione personale considerevole, a una profonda e continua riflessione su di se'.
insomma, letture non semplici in entrambi i casi, ma coinvolgenti, seppure in maneira diversa fra loro.
di ambientazione contemporanea, a metà fra il noir e il grottesco, le quattro casalinghe di tokio, di nasuo kirino.
una storia di donne, di solidarietà, di affetti e di piccole e grandi violenze. una trama tragicomica, cruda e grottesca al tempo stesso.
a ponte fra oriente e occidente invece amelie nothomb, una delle mie scrittrici preferite.
belga, figlia di diplomatici, nata e cresciuta per i primissimi anni della sua vita in giappone, amelie è un'europea che ha però avuto e conserva una forte connotazione giapponese, lingua che ha cominciato a parlare fin da piccolissima e che ha studiato in seguito.
per un suo sguardo sul giappone, dalla sua posizione privilegiata di europea in grado di capire (fino a uncerto punto) la mentalità giapponese, impredibile è stupori e tremori, racconto autobiografico della sua (drammaticamente comica) esperienza lavorativa in un'azienda giapponese e dello scontro di civiltà che ne deriva, nonostatte tutti i suoi sforzi di integrazione.
magistrale la pagina sulla condizione della donna giapponese.
sullo stesso filone di incontro/scontro di culture, ma questa volta con una deriva romantica, è nè di eva nè di adamo, cronaca della storia d'amore dell'autrice con un adorabile ragazzo giapponese, un coetaneo quindi, per molti aspetti simile a qualunque fidanzato di qualsiasi latitudine. questa volta il confronto è meno cruento del precedente in campo lavorativo, ovviamente, e poi c'è di mezzo l'amore. ma ugualmente si evidenziano tutte le differenze fra culture così profondamente diverse.
ancora una volta però nelle pagine del breve romanzo si percepisce che il vero grande amore della nothomb è uno e uno solo.
il giappone.
termina qui il mio breve e incompleto viaggio nel giappone di carta stampata.
ora possiamo proseguire con i racconti e le immagini.
[segue]
9月2日 Giappone 3 - Kyotoarriviamo a kyoto con lo shinkansen, il treno superveloce e superpuntuale. altra cosa, la puntualità dei giapponesi, che dovrebbe essere la normalità e che invece non finisce di stupire il viaggiatore europeo (non voglio dire italiano per non essere accusata di campanilismo alla rovescia). la facilità con la quale in giappone si fanno le cose normali è incredibile per noi abituati invece alla lotta per conquistare tutto, dall'uscita dal parcheggio la mattina, continuando per la strada e via via, il caffè al bar, il posto in metropolitana, la risposta dal collega.... qui invece le cose che fanno di contorno alla vita funzionano in maniera lineare e regolare. dopo un po' si ha la netta impressione di scorrere su un tapis roulant senza un solo pensiero al mondo che non siano...i propri pensieri. e in tutto quest'ordine, ritengo, risieda la vera libertà, ma avremo modo di parlarne in seguito. e ovviamenete il paradigma di tutto questo è proprio il treno. da orario si parte alle 9.26? e 9.26 siano, sono e saranno, precise spaccate. e ogni scompartimento si fermerà e aprirà le porte esattamente dove indicato, non un centimetro più avanti, non uno più indietro. vedo già nasi storcersi, sopracciglia inarcarsi e trovare così noiosa e senza fantasia tutta quest apercisione, ma ripeto, avremo modo di rifletterci. lasciata tokyo con un vento sferzante e un cielo blu cobalto, a kyoto ci accoglie invece un cielo grigio. poco lontano, in campagna, ha nevicato e quel paesaggio invernale, ovattato e silenzioso ha un fascino speciale, mentre il treno lo attraversa veloce e silenzioso. kyoto già a prima vista si presenta diversissima da tokyo. è curioso che una sia l'anagramma dell'altro, anzi, le sillabe siano le stesse, ma invertite. mi viene subito da pensare che voglia dire qualche cosa. che siano lo ying e lo yang, le due facce della stessa medaglia, due aspetti differenti dello stesso fenomeno. kyoto non ha i grattacielo e le strade enormi di tokyo, ma conserva ancora la sua struttura antica, le case basse di legno a due o tre piani. fu per altro l'unica città giapponese ad essere risparmiata durante la guerra e dà quindi l'idea di quello che dovevano essere le città giapponesi. essendo meno occidentale, ha certamente più personalità. per un approccio ancora più tradizionale invece dell'albergo la scelta è caduta su un ryokan, le abitazioni tradizionali giapponesi. il secondo segno evidente che kyoto è diversa, è che nemmeno il tassista sa come arrivarci sebbene gli si mostri l'indirizzo e la piantina. legge e rilegge, gira e rigira la mappa, parla in giapponese (e dopo un po', visto che la chiave inglese sembra non funizionare qui, è meglio rispondergli in italiano, che per lo meno permette più mimica fcciale e l'uso più disinvolto del linguaggio del corpo). poi la macchina parte e arriva in effetti da quelle che si scoprirà pù tardi sono le parti del ryokan, girando e rigirando per stradine a senso unico senza venire a capo di niente. al'inizio ho pensato di aver avuto la sventura di capitare con un tassista arrivato per la prima volta a kyoto solo la mattina stessa, ma avrò modo di notare che un po' tutti i tassisti (salvo rarissime eccezioni) sembrano stranieri nella loro città, il che non è molto rassicurante. per farla breve, procedendo per tentativi e approssimazioni successive e dopo un paio di telefonate al ryokan stesso per far spiegare (con scarsi risultati) al guidatore che strada debba prendere, arriviamo a destinazione. credo sia inutile specificare che in tutto questo pergrinare il tassametro non ha galoppato all'impazzata segnando cifre da capogiro ogni nanosecondo. i ryokan sono le abitazioni tradizionali, nelle quali si entra senza scarpe (mettendosi al massimo le immancabili ciabattine tipo nonno di similpelle blu), si cammina sui tatami, le stuoie unità di misura delle stanze. una stanza media sono quattro tatami, e si dorme sul futon. le pareti sono scorrevoli e fatte di legno e carta di riso (per un momento l'idea di rifarle anche a casa a roma mi attraversa la mente, ma l'immagine immediatamente successiva sono due gatti attaccati alle pareti sottili e un rumore prolungato di strappo), l'arredamento essenziale. in pratica è la casa di doraemon, quella dei cartoni animati. ha un sapore diverso questo giappone rispetto alle luci e alla frenesia, pur controllata, di tokyo, ha già un'altra velocità, altre dimensioni, altri spezi e altri colori. ha una serenità diversità e forse un'anima più orientale, più giapponese. a kyoto sperimenteremo una piccola emergenza, un incendio notturno nel nostro ryokan (come forse ricorderà chi seguiva il viaggio live from japan su facebook) e faremo la conoscenza di fabio (si consiglia caldamente un giro quotidiano sul suo blog), un ragazzo italiano ormai giapponesizzato, visto che vive lì da anni, insegna italiano e ha assunto la gestualità tipica dei giapponesi. nel primo caso toccheremo con mano l'educazione e la cortesia dei giapponesi che, anche di fornte a un'emergenza, conservano comunque riguardi per noi impensabili verso il prossimo, dai pompieri che chiedono il permesso per entrare nel ryokan avvolto dal fumo con le scarpe, si lasciano fotografare e aggirarci in mezzo a loro senza scacciarci in malo modo, fino alla proprietaria del ryokan che per tutta la sera non ha fatto che scusarsi per l'accaduto con un'aria così contrita e mortificata che non potevo fare a meno di starle vicino e sorriderle, ripetendole che stavamo tutti bene, che none ra successo nulla, che avremmo avuto qualcosa di interessante da raccontare, e che la mattina dopo a colazione (ossia meno di sei ore dall'accaduto) ci fa trovare una lettera di scuse in giapponese e inglese e un piccolo regalo. nel secondo caso, con fabio, vedremo, come in una sorta di sliiding door, che cosa significhi davvero cambiare del tutto vita, paese, e sarà lui a raccontarci dei suoi allievi che studiano italiano, innamorati (inspiegabilmente) del nostro paese, della sua confusione, dei suoi imbrogli, della sua maleducazione, facendoci sentire ancora più responsabili verso questi nostri ospiti speciali e tanto affezionati piccoli flash, brevi episodi, istantanee.... [segue...]
8月11日 Giappone - intermezzo - un altro mondo e' possibile"yes, we can!" disse qualche mese fa un tale e diventò presidente degli stati uniti d'america. "si può fare!" provò a tradurre un altro tale nostrano (che poi per me "si-può-fa-a-re!" resta legato a frankenstein jr.....) per una posta in gioco ben più bassa, ma non gli andò altrettanto bene. e questo slogan "si può fare, è possibile", mi è risuonato in testa tantissime volte durante il viaggio in giappone. in tedesco (quanto sono precisi i tedeschi) ci sono due verbi diversi per dire "potere", konnen e durfen. il primo indica la possibilità "fisica" di fare qualcosa ("ich kann schwimmen"...so nuotare, posso nuotare), il secondo la possibilità "giuridica" mi viene da dire, o "morale" se non temessi di abusare del temine. "ich darf schwimmen" "posso nuotare, è lecito, è consentito. insomma, nello stesso mare se ich kann schwimmen (sono in grado di nuotare) non è detto che ich darf schwimmen (mi sia consentito) in italiano è difficile far capire questo concetto, mentre credo che in giappone non ci siano problemi. infatti tutto sembra ordinato, tutto scorre nel suo verso. persino la folla che passeggia sui marciapiedi di ginza cammina seguendo un senso di marcia. due correnti parallele che scorrono nei sensi inversi senza scontrarsi (è però difficile attraversare uno di quei iumi per cambiare direzione). c'è un grandissimo rispetto per gli spazi altrui. le mascherine che ci fanno tanto ridere e che ci fanno additare i giapponesi come degli ingenui spaventati delle malattie in realtà servono esattamente al contrario di quello per le quali le useremmo noi. non servono a evitarsi le malattie, ma a evitarele agli altri. le portano quelli che hanno il raffreddore nei posti affollati per non contagiare tutti. la gente è cortese anche all'eccesso dal nostro punto di vista. quando si entra in un negozio o in un ristorante giapponese e' tutto un risuonare di "いらっしゃいませ" (*) che significa "benvenuti". le strade sono pulitissime, tutto viene riciclato e la raccolta differenziata differenzia davvero carta, cartone, vetro a seconda dei colori e plastica (schiacciata). i rifiuti non sono messi alla rinfusa, ma disposti in modo da occupare il minimo spazio possibile. il cartone viene sistemato e impilato come nemmeno una legnaia dell'alto adige, le bottiglie di plastica sono schiacciate per occupare meno spazio, i contenitori di tetrapak vengono aperti e LAVATI prima di essere buttati (qui ho capito che da noi una cosa simile e' impensabile. scoppierebbe la rivoluzione) sembra davvero un altro pianeta e più volte mi sono ritrovata a guardare quei personaggi, fisicamente diversi noi, ma pur sempre appartenenti alla stessa specie umana, chiedendomi se per caso non fossero marziani venuti da un altro pianeta. e spesso mi sembrava di contemplare una realtà parallela, un episodio di "ai confini della realtà" nel quale si apre la solita porta della solita casa e ci si ritrova in un altra dimensione, in un'altra ipotesi di laboratorio dell'evoluzione. sliding doors, insomma. si sceglie una direzione, un minimo scostamento e, a distanza di tempo, ci si ritrova agli antipodi. so bene che non sono solo rose e fiori, che la società giapponese ha delle forti contraddizioni (visibili ad esempio nei contrasti fra la pace dei templi giapponesi, sospesi fuori dal tempo e dallo spazio e il chiasso, il fumo, i rumori delle sale del pachinko), so bene che probabilmente a essere giapponesi la vita non è così semplice, e che il loro esasperato senso del dovere non li fa vivere sereni. ma visto dall'esterno è un mondo che funziona. magari con qualche aggiustamento che renda la vita più rilassata, ma fra il loro mondo ordinato e rispettoso e il nostro arrabbiato, sporco e volgare so già quale scelgo.
(*) pron. approssimativa irassyaimase
1月27日 Giappone 2 - things you can do in the metroprima di proseguire il racconto di viaggio, volevo prendere con voi la metropolitana di tokyo e fare alcune fermate.
volevo farvi vedere queste gallerie, lucide, silenziose e pulite, farvi prendere un treno che si ferma esattamente nel punto indicato a terra, dove la gente è silenziosa, naviga con il telefonino, legge piccoli libri foderati.
sulla metropolitana non è difficile vedere qualcuno addormentato, sia la mattina presto, sia la sera, tornando dal lavoro.
adagiato sulle poltrone (a dire la verità comode), la testa abbandonata in avanti. la gente che dorme è più numerosa che sulel altre metropolitane, il che fa pensare che forse i ritmi qui sono molto serrati e, appena si presenta l'occasione, il corpo crolla.
la metropolitana a tutta prima spaventa un po', tutta scritta (ovviamnte) in giapponese, sembra difficiel riuscire a venirne a capo. invece, grazie anche ai numeri che indicano le fermate e ai colori, si riesce facilmente a capire come funziona e a utilizzarla con grande facilità.
per essere la metropolitana di una città così grande poi è straordinariamente pulita e immancbilmente ordinata.
sulle scale mobili chi sta fermo sta da una parte, lasciando libera l'altra corsia per chi, avendo più fretta, vuole salire a piedi.
allora, venite a fare questo giro?
1月7日 Giappone 1 - Tokio - prime impressioni
si riempie la valigia di pantaloni, magliette, scarpe e biancheria, dentifricio, shampoo e bragnoschiuma, medicinali e libri, ma anche speranze, idee, racconti di amici, letture, immagini mutuate dai film e dai documentari, spiegazioni lette sulle guide, fotografie viste su qualche periodico. una piccola valigia di sogni che si porta con se accanto a quella con il necessario materiale. insomma, sappiamo sempre che cosa troveremo là dove andiamo e spesso proviamo già prima di partire...le emozioni che proveremo. si, perchè ogni meta ha un significato, non è che il punto di arrivo di una preparazione e quindi sappiamo bene che cosa vogliamo provare, finendo (purtroppo) per provarlo comunque o convincerci che è così. se invece riusciamo a mantenere la mente aperta, via via, durante il viaggio, consumiamo il dentifricio, il bagnoschiuma e lo shampoo, sporchiamo i vestiti e riempiamo la valigia di oggetti comprati, e ci ritroviamo a rifare quel bagaglio immaginario sostituendo le aspettative con le impressioni vere, le sensazioni provate, le esperienze, gli odori veri, i sapori, i colori, le parole della gente, quelle dette e quelle solo percepite. e ci troviamo poi a confrontarle con quelle che avevamo prima di partire. e così anche per il giappone che, ve lo anticipo, mi è piaciuto tantissimo. e, anche se ci sono stata davvero poco tempo, mi è piaciuto molto, ma molto di più di quello che avrei immaginato. ma già...come me lo immaginavo? forse un po' diversa da quella ceh ho trovato, una specie di manhattan all'ennesima potenza, una citta' del futuro nella quale non mi avrebbe stupito vedere automobili volanti o altre diavolerie. mi aspettavo le atmosfere luminose e moderne, mi asepttavo una sensazione di estraneamento spirituale in mezzo a un gran rumore, alla confusione, mi immaginavo luci che ubriacavano, scenari incomprensibili, gente in corsa, gente indaffarata, strana, diversa, distante. mi immaginavo un altro pianeta a dirla tutta, che ne so, marte, giove....e alla fine era un altro pianeta, ma "altro" persino da quello che mi ero figurata io. il pianeta, ops, la città ha un'architettura diversa dalle nostre, modermissima (dopotutto fu distrutta completamente durante la seconda guerra mondiale) e per molti aspetti, come pensavo, mi ha ricordato effettivamente manhattan, con grattacieli e luci intermittenti, ma, a differenza di quanto mi era accaduto a new york, non ho quella sensazione di incombenza soffocante, non mi sento sopraffatta dal cemento, dal tutto-enorme, tutto big size,che mi aveva così spaventata là, dove tutto era troppo grande, i grattacieli, le vetrine, le strade, le macchine, le decorazioni di natale, i bicchieri del caffè, il rumore del traffico, le urla della gente, le sirene della polizia e delle ambulanze. tokio invece, che immaginavo proprio uguale se non peggio, non mi e' sembrata cosi' incombente. insomma, invece di ritrovarmi naso all'aria a guardare quei palazzi che si arrampicano luminosi verso il cielo, mi ritrovo a notare mille piccoli particolari. e c'è un'impercettibile armonia in tutto, mi viene da pensare quando ci rifletto a mente fredda, anche nelle cose più grandi. come se lo scopo non fosse colpire per la grandezza delle strutture, ma se quelle strutture così grandi fossero semplicemente funzionali. dietro rimane un gusto e un'eleganza che prescindono dalle dimensioni. e non solo le donne sono così attente alla moda, perchè mi capita di vedere moltissimi uomini, pettinati come actarus o alan banjo, vestiti che sembrano usciti dalle foto dell'ultima sfilata dell'ultimo numero di vogue, persino eccessivi nel loro essere fashion...con la borsa! si si, con una borsa (magari non colorata, senza fornzoli e e gingilli), ma una vera e propira borsa grande, che io porterei tranquillamente come borsa da donna. la città è di una pulizia incredibile, soprattutto per noi, europei del sud. non c'è una cartaccia per terra, non c'è una cicca di sigaretta (non si può fumare per strada), è tutto ordinato e pulito, persino i bagni dell'aeroporto o della stazione. si respira un'aria di rispetto per ciò che è pubblico, di rispetto per gli altri, per gli spazi altrui, un rispetto impensabile per noi e che spinge anche chi è raffreddato a indossare la mascherina su bocca e naso non, come verrebbe da pensare a noi, per non prendere microbi e bacilli, ma per non trasmetterli ad altri... non si fuma nemmeno per la strada, come indicano i cartelli sui marciapiedi, si può soltanto nelle sale del pachinko, fra il rumore assordante delle macchinette mangiasoldi e dei video games. le sale del pachinko sono un'altra realtà inimmaginabile, così lontatna dall'idea zen che si ha del giappone, dell'armonia, della cura. sono confusione, rumore, musica ad alto volume, abbrutimento della mente e spreco di denaro. è come una specie di finestra aperta su un'altra dimensione. chissà, forse anche questo fa parte dell'armonia dei contrari.... (segue) 1月2日 Giappone - prologo (polemico)Parigi e' sempre parigi e val bene...una sosta.... partiamo per il giappone in una fredda mattina invernale. solita alzataccia da aeroporto all'alba della notte piu' lunga dell'anno, mentre la nebbia mattutina i dirada per lasciare il posto a una splendida giornata di sole. destinazione tokio, via parigi, con airfrance...almeno cosi' dicono i biglietti, comprati apposta (e scusate tanto) non con alitalia per evitare spiacevoli sorprese e invece - sorpresa! - la tratta e' gestita (ma "gestire" vi assicuro che e' un termine del tutto inappropriato) dal nostro vettore nazionale, che ha dichiarato senza dichiararlo uno sciopero. di chi? non e' dato di sapere, dato che si rimpallano tutti la responsabilita' per che cosa? idem per farla breve ci sono passeggeri in attesa all'aeroporto dal giorno prima, quindi a noi che siamo arrivati li' solo quella mattina va di gran lusso. ed e' gente che torna a casa per natale, coppie con neonati, un signore anzianissimo in carrozzella con la moglie che meglio di lui ha solo che cammina (piu' o meno) con le sue gambe, gente che va in vacanza (che e' un diritto anche quello, pagato profumatamente e magari anche con qualche sacrificio) e tutti hanno ovviamente perso coincidenze, aerei, prenotazioni, giorni, tempo e serenita'. una folla imbufalita a ragione, che strilla e protesta a ogni rinvio di mezz'ora del volo, che lancia oggetti all'ennesimo rinvio, all'ennesimo "causa mancato arrivo dell'equipaggio" (che cosa significa? sono nel traffico? non gli ha suonato la sveglia? li hanno rapiti gli gli alieni? non hanno firmato la lettera individuale di assunzione?). ovviamente nessun responsabile si presenta, le hostess dicono di non sapere chi sia il loro responsabile (a chi le chiederanno le ferie? chi gli fara' i turni? boh...misteri...), finche' ne arriva una piu' illuminata delle altre che ci tranquillizza sul fatto che l'equipaggio non c'e', ma il capitano dice che il volo partira', ma non si sa quando. "ma siamo sicuri?" azzarda un passeggero e qui l'illuminata risponde con infinita saggezza che "non c'e' niente di certo a questo mondo!" nemmeno il posto di lavoro, verrebbe da risponderle, soprattutto quando chiosa con un "per 1800 euro al mese che cosa volete che faccia io?" certta di assicurarsi le nostre simpatie, mentre un rumeno dalla folla le urla "se voi no volere lavorare, noi si!" alla quinta ora di ritardo interviene la polizia che tenta di calmare gli animi ormai esasperati. "che dovrei fare? arrestarli?" chiede il poliziotto e dalla folla si leva un coro di "SIIIIIIIII!" il poliziotto chiama i suoi superiori che probabilmente prendono metaforicamente per il bavero il comandante intimandogli di decidere se ha voglia o no di partire una volta per tutte e lui, chissa', magari per non perdersi una serata a parigi prima di natale, parte. non prima pero' di averci fatti aspettare un'ora sull'aereo annunciando strafottente che il ritardo e' dovuot adesso allo sbarco di due valigie di due passeggeri che hanno deciso di non partire e che "se siamo fortunati" le troveremo nell'ultimo gruppo ancora da controllare. omette ovviamente di dire che solo meta' delle valigie, in cinque ore di attesa, sono state caricate.... ops! insomma, si arriva a parigi i due aerei successivo per tokio sono pieni e ci tocca partire il giorno dopo. una giornata a tokio persa, ma poteva andare peggio, perche' alla fine abbiamo "vinto" una notte a parigi, che ha sempre unsuo perche', a maggior ragione tutta vestita a festa prima di natale. peccato non essere riusciti a organizzarsi per vedere qalche amico che vive la'... a questo punto mi devo fermare e vi devo probabilmente una spiegazione. si perche' questo sfogo a freddo sui disservizi italici l'ho messo sotto al titolo "Giappone - prologo", cosa che a prima vista potrebbe sembrare del tutto fuori luogo. e invece no. abbiate pazienza e vedrete che questo inizio e' del tutto a proposito, e' del tutto coerente con il resto del racconto, come tutto questo risponda in fondo a quel dualismo zen, a quell'armonia degli opposti, a quei cerchi che si chiudono, quelle linee che, pur non incontrandosi mai, danno armonia, a quei cerchi concentrici che solcano i guardini zen. dovete avere solo un po' di pazienza... (charles de gaulle all'alba) 12月13日 la bacheca dei regali utilistamattina, mentre ero in varie faccende affancendata, ascoltavo alla radio luciana litizzetto la quale, tra il serio e il faceto, consigliava dei piccoli regali utili per natale, invece della solita candela o di tutti quei piccoli oggetti poco costosi ma assolutamente inutili (i ciapa pulvr) che finiscono dal pacchetto al cassonetto, con un breve passaggio in qualche cassetto. lei consigliava invece oggetti che costano poco, che di solito non ci si compra da soli ma che quando servono in casa non ci sono mail. e allora diceva di regalare le clips colorate per tenere insieme i fogli (quelle di solito ci sono in ufficio, ma a casa non le abbiamo mai), biro e matite, temperamatite per le matite da trucco, elastici per capelli (e qui mi ha fatto ridere perche' e' vero: non se ne hanno mai abbastanza, e quelli che restano solo orribili perche' si perdono in misura inversamente proporzionale alla bellezza del colore: i migliori sono i primi che se ne vanno), per finire poi con le calze (nessuna donna, e' verissimo, dira' di averne mai troppe. il paio che serve non c'e' mai: o lo troviamo smagliato, o e' a lavare... nemmeno la regina rania di giordania, diceva la litizzetto, vi dira' mai che non le servono o che ne ha gia' troppe) e cosi' oggi, mentre mi aggiravo in mezzo a gente affannata per i regali di natale, mi e' venuto da pensare che ci sono centinaia di piccole cose utili davvero che si potrebbero regalare. concordo su biro, matite, temperamatite cancelleria varia, perche' a casa - chissa' come - spariscono sempre....e le penne che rimangono e' perche' sono senza inchiostro o le matite spuntate (da qui la necessit' del temperamatite), e approvo in pieno gli elastici per chi ha i capelli lunghi. mi viene da aggiungere poi delle piccole bustine da borsa pieghevoli, che chiuse sono grandi quanto un pacchetto di sigarette da 10 e aperte sono come una busta del supermercato, da tenere sempre in borsa quando si fa la spesa, per risparmiare un po' di plastica. sono carine, costano poco e sono molto piu' eleganti e colorate delle buste del supermercato... shopper e adesso apro la bacheca ai vostri suggerimenti per i piccoli regali davvero utili ai quali nessuno davvero pensa mai... 12月11日 pioveè una brutta giornata piovosa, una giornata nella quale in un'ora e un quarto ho fatto il giro dell'isolato per poi parcheggaire la macchina, tornare a piedi a casa e prendere il motorino per arrivare in ufficio, temendo di essere rimasta prigioniera per sempre del mio quartiere.
una giornata nella quale una donna è morta affogata sotto un cavalcavia, i giornalisti hanno creato un panico ancora maggiore di quello che avrebbe dovuto essere, invitando la gente a restare a casa...e pare che invece l'avviso abbia sortito l'effetto opposto: tutti fuori e in macchina, tutti fermi.
una giornata nella quale si vocifera che l'unica via che porta fuori dal mio ufficio sia allagata e chiusa (come ci passo con il motorino??), una giornata che era meglio restarsene a casa (l'anacoluto è voluto)
insomma, piove sulla capitale, piove a dirotto senza sosta, io mi sento una rana mentre guardo lo stagno che si è formato davanti alla finestra del mio ufficio (e spero sia solo pioggia e non l'aniene esondato come dicono alcuni...) e vorrei essere ovunque ma non qui.
12月9日 l'albero di natalec'è una puntata di sex and the city nella quale charlotte, che è appena diventata ebrea per sposare harry, fa il suo ultimo albero di natale in piena estate "così non vale", perchè ha deciso di non voler essere "uno di quei vegetariani che mangiano la carne" e che quindi, da ebrea, non potrà più festeggiare il natale.
e facendolo riguarda tutte le palline dell'albero, si gira fra le mani la sua preferita, una blu con la sacra famiglia sopra e ricorda che quella era la sua preferita fin da quando era piccola.
ieri ho fatto l'abero di natale e i vari presepi.
le mie decorazioni non sono così "antiche", visto che non hanno nemmeno dieci anni.
non sono le decorazioni fatte da mia zia suora con la carta delle uova di pasqua, non c'è più la pallina con il fiocco di neve, il muschio dell'anno precedente che eravamo andati a cercare la domenica pomeriggio con papà da qualche parte in campagna, non ci sono le statuine alle quali mio fratello ed io davamo un nome e un carattere.
tuttavia ogni volta che tiro fuori gli addobbi di natale, ogni pallina, ogni pupazzetto, ognuno dei piccoli presepi della mia collezione, per me ha già una piccola o grande storia.
"non ci mettere questi!" diceva ieri antonio indicando i pupazzetti di legno che sembrano giocattoli antichi "sono vecchi!"
ma come facevo a non metterli? quelli sono i pupazzetti dell'albero che facevamo a napoli, vicino al camino. e i personaggi del presepe comprato a san gregorio sembano più reduci di guerra che non pastori (a chi manca un braccio, a chi una gamba, chi è scomparso lasciando dietro di se un mucchietto di polvere)
poi ci sono le palline che ci regala la sua collega ogni natale, c'è quella che mi regalò la mia amica tanti anni fa, l'anno in cui aveva qualche problema economico e non fece regali a nessuno, solo un addobbo per l'albero.
ci sono quelle africane, quella messicana, quella del perù e quelle finlandesi, ci sono gli elefantini indiani e le decorazioni danesi.
e, se durante l'anno, salvo pochi casi, non saprei dire quali siano le decorazioni che ho, mentre le sistemo sull'albero, mi tornano in mente tutte e mi accorgo quale manca, la vado a cercare e non ho pace fino a che non la trovo.
così, fare l'albero di natale, oltre a essere un'innegabile seccatura, perchè si deve andare in cantina, al freddo, e fare gli scavi archeologici, diventa anche un piccolo viaggio nei ricordi, un viaggio che diventa ogni anno un po' più lungo, inaspettato e bello.
11月26日 una mattina del tutto (a)normaledi solito si scrive per lamentarsi di qualche cosa, di solito si raccontano episodi nei quali qualcuno ha fatto qualcosa che non doveva.
invece, se le cose vanno bene...sembra che l'argomento sia meno interessante.
questa mattina sono andata in uno dei vari palazzi dell'amminsitrazione pubblica che frequento per lavoro.
uno di quelli enormi, che prende un isolato intero di uan via al centro di roma, una specie di labirinto...
avete presente il film "asterix e le 12 fatiche?", la fatica nella quale deve procurarsi un alsciapassare nel palazzo che rende folli?
ecco, architettonicamente il palazzo in questione è così, roba che se non mi avessero accompagnata la prima volta mi sarei persa (e a tutt'oggi ho qualche dubbio quando premo il pulsante dell'ascensore per salire o quando si aprono le porte...e sbaglio sempre piano quando scendo)
roba che devi fare la fila per prenderel'ascensore, roba che l'ascensore a volte lo aspetti anche 10 minuti....
stamattina allora, sfidando il freddo arrivato tutto d'un tratto, infilato il primo vestito più pesante che mi è capitato sotto mano (comprato quest'anno, perchè ho ancora in giro roba leggera...), arrivo nel mio bel palazzo e vado da una dottoressa che conosco lì dentro e alla quale ogni tanto vado a rompere le scatole con le mie solite richieste da...."ditta fornitrice" (la richiesta suona più o meno "quando ci pagate?").
la signora in questione è deliziosa, la gentilzza fatta persona, sempre cortese, sempre disponible.
cosa che già, nell'immaginario collettivo dell'ufficio pubblico, potrebbe stupire non poco.
oggi per me aveva solo una risposta parziale.
io quindi già mi aspettavo di uscire senza risultato, cercare altre vie, altre fonti chissà dove per ottenere sapere quello che mi serviva, cercando di memorizzare il nome dell'ufficio (uno di quei nomi che solo a dirlo evoca pratiche inevase, perdute e polverose) detentore di questo sapere che lei mi stava dicendo, scansionando le mie conoscenze per vedere chi aveva meno gradi di separazione con quell'ufficio o con qualche cosa che gli si avvicinasse, studiando il modo per avvicinarmi, temendo però che ci volesse come minimo un ministro della republica per essere introdotti e considerati nelle sacre stanze.
invece, la gentile signora, si alza dal suo posto e....mi accompagna! di persona personalmente fino all'altro ufficio.
la mia interlocutrice è al telefono e allora lei mi lascia sulla porta. "la aspetto nella mia stanza quando ha finito!" si congeda.
"ecco" mi dico "figurarsi! di prima mattina io, una sconosciuta, vengo qui da questa che nemmeno mi conosce, con una scocciatura...bene che mi va mi manda a spigolare.."
sfodero una delle mie espressioni più gentili e cordiali, sorrido e resto sulla porta quand'ecco che arriva la collega di stanza "desidera?"
mi presento, le spiego quale azienda rappresento e perchè sono lì, le dico che sono alla ricerca di una certa pratica, che vorrei sapere i tempi per certe cose...aspettandomi ovviamente un "non lo so, chissà, chi vivrà vedrà!"
e invece la signora comincia a scartabellare fra i fascicoli e i faldoni, non trova la mia pratica e, invece di arrendersi e mandarmi a pascere, la ricerca di nuovo, guarda e riguarda e alla fine...la trova!!!
le notizie che mi dà non sono buone come speravo (ma me lo aspettavo), ma si dimostra ancora una volta disponibile, gentile, mi dà il suo numero di telefono, dice che posso chiamare o passare tranquillamente quando ho bisogno.
insomma, esco di ottimo umore dal palazzo che evidentemente non rende folli, ma gentili e collaborativi.
e un po' mi vergogno di me stessa perchè me ne stupisco.
questa, mi dico, è la normalità.
e su questa normalità dovremmo riflettere un po' di più, invece di meravigliarcene
11月13日 liscio come l'oliopiove.
piove su tutta italia e doveva piovere anche sulla puglia lo scorso weekend.
eppure, incuranti del maltempo e sprezzanti del pericolo di surgelarci in un trullo senza riscaldamento, armati di piumone multistrato preso in offerta all'ikea, pigiamoni di flanella a quadrettoni bianchi e rossi (uguali...no comment) e stufetta elettrica, siamo partiti per un fine settimana in campagna.
ma evidentemente quel trullo ha qualcosa di magico, chi lo sa. già lo si capiva dal modo in cui si è fatto trovare, comprare, da tante piccole cose, che ci hanno fatto credere da subito che con quel luogo ci fosse una sorta di empatia, di incantesimo positivo, una simpatia reciproca insomma.
e infatti arriviamo in una notte umida e bagnata, ma sotto un cielo stellato.
l'aria è fredda fuori, ma all'interno si sta meglio che a casa a roma...
e il giorno dopo, a detta di tutti, abbiamo portato il sole dopo una settimana di pioggia!
è una splendida giornata, il cielo è di quel blu acceso come sa fare il cielo di puglia, il sole si riflette sulle pareti bianche, sono fiorite tre gerbere e tutte le nostre rose, la temperatura è piacevolissima e l'aia popolata dai nostri amici gatti che vengono a fare colazione, avendo capito sin dal primo giorno che basta un "miao" della giusta tonalità, una testina piegata da un lato, una strusciatina contro le pareti, per sciogliere una gatta a caso e farla correre alla ricerca di cibo da elargire.
saluti ai vicini, il piccolo M. ci chiama dalla sua veranda "ciao!!!! sto giocando con il vostro pallone!" ci dice.
abbiamo anche avvertito vincenzo, il contadino che l'estate abita di fronte a noi e che l'inverno torna in paese, ma che ogni giorno torna a curare la sua campagna. e lui, puntuale,a lel dieci di mattina, si presenta.
armato di reti, tini ("tine" dice lui), rastrellini e un trattorino.
"c'è il sole! non pensavo! possiamo raccogliere le olive!" ci dice
a dire il vero lui si rivolge ad antonio più che a me, fedele all'idea che gli uomini lavorano nei campi mentre le donne fanno altro. e io infatti comincio a fare "quell'altro" che, volente o nolente, mi compete, come il bucato, o riordinare qualcosa.
ma in una casa da fine settimana e volutamente essenziale, i lavori finiscono (non a caso!) presto e mi affaccio sul terreno sul quale comincia a spuntare il foraggio che O. ha seminato ordinatamente e li scorgo laggiù, gli uomini al lavoro....
ammetto di sembrare uscita più da "Sex and the city", che da "A come agricoltura", compresa la mia copia di vanity fair che mi guarda scettica dal tavolo....
ed è vero che con la protagonista di sex and the city divido l'insana passione per le scarpe e un naso decisamente importante, ma è anche vero che vengo da una famiglia di coltivatori diretti, come diceva mia nonna e che la campagna su di me esercita un fascino che non vorrei dire pari a quello delle scarpe, ma comunque molto forte.
e così, mentre la moderna lavatrice fa il bucato per me, infilo i jeans sporchi di vernice con i quali l'estate scorsa ho ridipinto tavoli e credenze, una felpa del MIT, stivaloni di gomma comprati appositamente (e fatti comprare a un recalcitrante antonio che non riusciva a intuirne l'utilità e che ora non potrebbe farne a meno) e raggiungo i lavoratori.
vincenzo, un po' scettico per sua stessa ammissione, ha portato un rastrellino anche per me "per la signora..se ti vuoi divertire"....(mi dà un misto di tu e lei, ma mi chiama sempre "signora") e invece in breve tempo si deve piacevolmente ricredere.
il lavoro non è troppo stancante, dato che si tratta dopotutto di una decina di piante non troppo alte, la giornata è bella, l'aria calda e il sole piacevolissimo.
stendiamo le reti sotto all'ulivo, poi cominciamo a pettinare i rami per far cadere le olive a terra. quando l'albero è ben ripulito e tutte le olive sono a terra, si raccoglie la rete e si versa il contenuto, dopo averlo ripulito, anche con l'aiuto del piccolo marco, da rametti e zolle di terra, nella tina.
si passa poi all'albero successivo e così via, per tutta la mattina.
pausa a mezzogiorno e mezzo per andare a pranzo e si riprende nel pomeriggio fino a che cala il sole.
vincenzo, che mentre lavoriamo ci racconta un po' della sua vita, è davvero piacevolmente sorpreso. non si aspettava non solo che avremmo aderito con questo entusiasmo all'idea della raccolta delle olive, ma anche che lo avremmo fatto con tanto impegno.
ma per noi, dopotutto, è un diversivo, è un lavoro diverso da quello ceh facciamo di solito, è qualcosa da raccontare (antonio infatti, ogni spesso sparisce e si mette a fare fotografie da pubblicare, mentre noi lo prendiamo in giro "è così che lavori, eh?")
alla fine della giornata il raccolto ha superato le aspettative.
dal quintale scarso che ci aspettavamo abbiamo raccolto...un quintale e 75 chili!
quasi due quintali di olive che abbiamo passato la sera a guardare con compiacimento, olive che saltavano fuori dappertutto e rotolavano libere per casa e aia
olive portate al frantoio la mattina dopo, integrate con altre per arrivare ai tre quintali minimi e dalle quali sono venuti fuori trenta litri di olio.
della qualità non so dirvi ancora nulla, perchè dobbiamo andarlo a ritirare, ma...non vedo l'ora di farmi una bruschetta!
10月1日 si chiude una porta....sto cominciando ad averne abbastanza.
si, sto cominciando a non poterne più.
basta.
non ne posso più dei social network, delle comunità virtuali, di un mondo irreale che dovrebbe essere specchio di quello reale e che spero invece sia tutt'altra cosa.
sono stanca dei continui aggiornamenti, dei fatti altrui e miei in onda nella blogosfera.
sono stufa anche della parola blogosfera, di quella altrettando orribile di cybermondo.
insomma, mi sto stancando del mondo virtuale, che promette di avere tutte le risposte e invece non fa altro che toglierti il tempo per farti le domande.
e la cosa ridicola è che questa mia stanchezza la sto scrivendo...su un blog.
insomma, mentre mi scaglio contro questo mondo, il primo pensiero è quello di utilizzarlo per gridare al mondo che mi sono stancata di lui...
curioso...
come pretendete che io non sia confusa di questo atteggiamento decisamente ambivalente?
mi lamento per tutte queste finestre socchiuse sul mio mondo e su quello degli altri, proprio io che le mie le ho spalancate, proprio io che vado a grandi passi verso il mio quarto anno da blogger.
proprio io, che grazie a questo blog ho potuto dar corpo a una delle mie più grandi passioni, la scrittura.
ma ultimamente sono un po' in crisi.
sono in crisi da iper informazione, sono perplessa perchè so che cosa stanno facendo in questo momento non so quante mai persone....ma fino a pochi mesi fa lo ignoravo e vivevo lo stesso.
sono confusa perchè i miei amici più cari sono proprio quelli che sul mio blog non ci vanno mai (o se ci vanno non mi commentano), che non hanno un blog, che magari nemmeno sono su facebook, quelli che mi chiedono "come stai", che mi scrivono o mi telefonano per saperlo, con i quali cerco di organizzare una serata o anche un aperitivo, incastrando le nostre vite confuse e piene di impegni.
o che magari facebook ce l'hanno, ma gli interessa qualcosa di più di me rispetto alla riga del "che cosa stai facendo", con i quali riesco a fare una conversazione, che ascolto e che mi ascoltano.
non sto demonizzando internet (perchè parlarne male è il tabù del XXI secolo...internet e le nuove tecnologie sono solo bene assoluto e supremo. hono soit qui mal y pense! peste mi colga se non ne tesso le lodi incondizionate) e lo so che attraverso i blog e compagnia ho conosciuto persone interessanti, sto solo dicendo che forse sono alla deriva in questo mare di legami, che forse sono rimasta invischiata in queste reti di contatti.
forse sto solo dicendo che ho bisogno di chiudere la porta per un po', accostare le finestre, tirare le tende.
e restare in silenzio.
p.s. e ora vado a scriverlo anche su facebook... 9月23日 festival della letteratura di viaggiodal 25 al 28 settembre si terrà a roma, nella cornice di villa celimontana, il primo festival della letteratura di viaggio.
quattro giorni, tanti temi tutti intorno al viaggio, dal racconto, all'imamgine, passando per la musica e le immagini del cinema.
insomma, tutti i modi per vivere e raccontare un viaggio.
la giornata di sabato 27, coordinata da marina misiti, ideatrice e blooger di donneconlavaligia sarà dedicata al racconto al femminile, una dimensione quindi particolare di viaggio, una categoria a se stante all'interno delle altre categorie.
come è facile immaginare mi sono spesso interrogata sulla dimensione femminile del viaggio, chiedendomi se ci sia un approccio diverso fra un uomo e una donna nell'affrontare lo stesso viaggio, se ci siano motivazioni e spinte differenti a seconda se si sia uomini e donne.
la risposta politically correct sarebbe no, che il viaggio, come qualunque esperienza umana, è fatto da persone, a prescindere dal loro sesso.
agitando un ditino ammonitore contro chiunque osi afefrmare il contrario.
ma ho già detto molto volte di non essere politically correct, e ho altresì ribadito che ritengo che fra uomini e donne qualche differenza ci sia e, lasciatemelo ripetere, vive la difference!
e per questo penso che anche nel viaggio ci sia una prospettiva diversa a seconda del sesso.
gli uomini, a ben vedere, hanno sempre viaggiato, mentre le donne restavano a casa con i figli.
gli uomini hanno viaggiato per il mondo alla ricerca di nuovi mercati, per vendere o comprare merci, oppure hanno viaggiato per conquistare territori lontani.
le donne no.
quelle che viaggiavano "per conto proprio" erano quelle che venivano date in mogli a suggello di qualche alleanza politica.
il viaggio quindi, la scoperta fine a se stessa di un luogo, è quindi per le donne una conquista relativamente recente.
la molla del viaggio per le donne, e parlo delle pioniere, delle prime avventuriere con i calzoni a sbuffo, le viaggiatrici romantiche del millennio appena finito, era quindi la curiosità, il desiderio di vedere mondi lontani fino ad allora solo letti nei libri nei lunghi pomeriggi d'inverno.
non era ild esiderio di conquistare qualcosa, nè quello di imporsi.
era semplicemente il desiderio di vedere, conoscere, sapere.
lontano da una società che certo non favoriva la sete di conoscenza delle donne, che anzi cercava in qualche modo di soffocarla.
ma la curiosità, si sa, è femmina....e non avrebbero potuto fermarci ancora a lungo.
oggi viaggiare per tutte noiè più facile, ma al tempo stesso più difficile.
facile, perchè abbiamo indipendenza economica, perchè i prezzi per voli intercontinentali non sono più solo roba da ricchi, difficile perchè il mondo per una donna da sola è sempre più pericoloso e ostile, perchè ci sono spesso ostacoli culturali a una donna da sola, e perchè, senza ancora una volta volersi nascondere dietro a parole prive di senso pratico, una donna è sola è - sempre e comunque - un bersaglio fin troppo facile per chi sia armato delle peggiori intenzioni.
per questo ritengo che la dimensione del viaggio sia diversa dal punto di vista di una donna, per questo ritengo che lo stesso posto sia percepito diversamente a seconda che lo viva un uomo o una donna.
da donna e viaggiatrice ho notato spesso di essere io oggetto di maggiore attenzione da parte delle altre donne di paesi e culture lontane, molto di più di quanto non acacdesse fra uomini.
le donne, da che mondo è mondo e a qualsiasi latitudine, si guardano fra di loro, guardano i capelli, i vestiti, sono curiose di sapere i fatti le une delle altre, sentono comunque una solidarietà di fondo che invece nel nostro mondo occidentale si va perdendo.
le donne guardano alle altre donne, con curiosità, con sospetto, ma le osservano.
ci osserviamo per la strada, negli uffici, fra di noi più o meno simili. figuriamoci quando ce ne capita una così diversa da doverla decifrare del tutto!
poi c'è il piano del racconto, di quell'arte tutta femminile di leggere la realtà, di quel desiderio di raccontarla, di dare un corpo ai suoi ricordi tracciandolo su carta, di raccontare e ascoltare storie.
e allora, viaggiatori, ma soprattutti viaggiatrici, se passate per roma, venite a sentire che cosa abbiamo da raccontare...o - magari - a raccontare di voi!
(per l'occasione, con la valigia, ovviamente)
la musica che abbiamo ascoltato qui
bollettino del chissenefrega
film 2007
qualche sito "buono"
...una poesia
...colleghi di blog
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